Nel mio lavoro incontro ogni giorno persone, professionisti, équipe che fanno molto. A volte moltissimo. Ma non sempre ciò che fanno genera davvero cambiamento.

Perché?

Perché, come ci ha insegnato Bateson già nel 1972 (Steps to an Ecology of Mind), non è la quantità di informazioni a fare la differenza, serve cogliere “qual’e la differenza che fa la differenza”.

E questa differenza non è fuori. È nello sguardo. Sempre.

La Scuola di Palo Alto – da G. Bateson a P. Watzlawick (Pragmatics of Human Communication, 1967), fino al lavoro clinico di M. Erickson – ci ha insegnato qualcosa di rivoluzionario:

– noi non reagiamo alla realtà
– noi reagiamo alla rappresentazione che ce ne facciamo

E, soprattutto, “non si può non comunicare”. Ma potremmo aggiungere oggi: “non si può non interpretare”.

E allora la domanda diventa: a cosa stiamo facendo davvero caso?

Nel mio lavoro di psicologo-psicoterapeuta e MMI coach, trovo una straordinaria coerenza tra questi presupposti e l’evoluzione portata da Robert Dilts.

Con la PNL di terza generazione ed il coaching generativo (Dilts, From Coach to Awakener, 2003; Dilts & Gilligan, Generative Coaching, 2009), il cambiamento smette di essere solo una questione tecnica e diventa invece “profondamente umana”.

– Non basta cambiare comportamento
– Non basta acquisire competenze
– Serve cambiare lo stato da cui viviamo e scegliamo

Dilts parla di “stato generativo”: uno spazio interno in cui mente, corpo ed emozioni si allineano, permettendo alla persona di accedere a risorse più profonde.

È in quello stato che accade qualcosa di fondamentale: iniziamo a vedere ciò che prima non vedevamo.

Ed è lì che si genera la vera differenza.

Negli ultimi anni, questo approccio ha trovato una traduzione concreta nel MindsetMaps Coaching, sviluppato da Dilts e Feher, in Italia oggi grazie a MindsetMaps Italy Vivilla Zampini e Massimiliano Tavolacci

Uno strumento che portiamo nei contesti organizzativi e clinici proprio perché rende visibile ciò che spesso resta implicito:

✔️ le mappe mentali che guidano le nostre scelte
✔️ le convinzioni/valori che orientano i nostri comportamenti
✔️ il livello di allineamento tra ciò che facciamo, ciò che siamo e ciò che desideriamo diventare

In un mondo complesso, veloce, iperstimolato, la vera competenza non è fare di più.

È fare meno e meglio.
È allenare la presenza.
È scegliere dove mettere l’attenzione.

Perché, e qui la lezione della Scuola di Palo Alto resta attualissima, “quando cambia la punteggiatura della realtà, cambia la realtà stessa”.

Alla fine, il punto non è quante cose facciamo. Ma “quanto siamo presenti mentre le facciamo?”

Non è dunque cosa/quanto sappiamo.
Ma come usiamo ciò che sappiamo? E per quale fine? Ed e’ esso allineato a chi sono?

Stiamo vivendo a caso… o stiamo facendo caso a ciò che conta davvero per noi?